Third Places: perché abbiamo bisogno di luoghi in cui tornare
Forse non ci manca un'altra cosa da fare. Ci manca un posto in cui andare.
Her Wellness Club · 18 agosto 2026 · 7 min di lettura

Indice dell'articolo
- Il posto tra casa e lavoro
- Abbiamo tantissimi contatti e pochissimi luoghi
- Il problema è che anche i luoghi sono diventati qualcosa da consumare
- Forse non abbiamo bisogno di più community. Abbiamo bisogno di più appartenenza.
- Anche il wellness ha bisogno di un third place
- Costruire un terzo luogo
- Forse il futuro del wellness è anche sociale
- Her Wellness Club è anche questo
C'è una cosa strana che succede quando diventiamo adulte: improvvisamente, incontrare le persone richiede un'organizzazione.
“Ci vediamo?”
“Quando?”
“Questa settimana sono piena.”
“Martedì dopo lavoro?”
“Non posso, ho Pilates.”
“Giovedì?”
“Ho una cena.”
E così passano settimane intere senza vedere qualcuno che, in teoria, vorremmo vedere molto più spesso.
Da bambine era diverso. Avevamo un posto in cui andare.
Il cortile. La piazza. Il bar sotto casa. La biblioteca. Il parco. Il campetto. Qualunque fosse il luogo, non avevamo bisogno di una ragione particolarmente importante per essere lì.
Andavamo.
E prima o poi arrivava qualcun altro.
Forse è proprio questa una delle cose che abbiamo perso crescendo: i luoghi in cui la socialità può semplicemente accadere.
Il posto tra casa e lavoro
Negli anni Ottanta, il sociologo americano Ray Oldenburg diede un nome a questa idea: third place, il “terzo luogo”.
Il primo luogo è casa.
Il secondo è il lavoro.
Il terzo è tutto ciò che esiste nel mezzo: un caffè, una biblioteca, un bar, una piazza, un centro culturale, un parco. Un posto in cui puoi incontrare persone senza aver necessariamente organizzato l'incontro, restare quanto vuoi, tornare spesso e, soprattutto, non avere bisogno di una ragione produttiva per esserci.
È un'idea semplice, ma forse oggi è più importante che mai.
Perché non tutte le relazioni importanti della nostra vita devono iniziare con una grande conversazione.
A volte iniziano semplicemente dal riconoscere qualcuno.
La persona che vedi ogni martedì al bar. La ragazza che incontri sempre al corso. Il libraio che ormai sa cosa leggi. La signora che porta il cane nello stesso parco.
Non siete amici.
Ma non siete nemmeno estranei.
E quella piccola familiarità, ripetuta nel tempo, costruisce qualcosa.
Abbiamo tantissimi contatti e pochissimi luoghi
È una delle contraddizioni della nostra epoca.
Non siamo mai state così connesse e, allo stesso tempo, non è così facile sentirsi parte di qualcosa.
Possiamo parlare con qualcuno dall'altra parte del mondo in pochi secondi, ma non sapere chi abita nell'appartamento accanto.
Abbiamo gruppi WhatsApp per tutto, chat Instagram, community online, follower, newsletter, Discord, Telegram.
Possiamo trovare persone che condividono ogni nostro interesse.
Eppure manca spesso il luogo fisico in cui quelle relazioni possano diventare reali.
Perché una community non è soltanto un insieme di persone che hanno qualcosa in comune.
È anche un luogo in cui quelle persone continuano a incontrarsi.
Ci vediamo.
Ci riconosciamo.
Ci abituiamo alla presenza dell'altra persona.
La familiarità diventa appartenenza.
Il problema è che anche i luoghi sono diventati qualcosa da consumare
Qui, però, arriva la parte più interessante.
Perché quando abbiamo capito di aver bisogno di community, abbiamo iniziato anche a vendercela.
Il concetto di third place è stato adottato anche da grandi brand come Starbucks, che ha costruito parte della propria identità proprio attorno all'idea del luogo di incontro tra casa e lavoro.
Ma qui nasce una domanda interessante: se per entrare in un luogo devi necessariamente consumare qualcosa, e se quel luogo è costruito principalmente attorno a un obiettivo commerciale, possiamo ancora considerarlo un vero third place?
La questione non è demonizzare i luoghi commerciali.
È capire cosa perdiamo quando la possibilità di stare insieme diventa sempre più legata alla nostra capacità di consumare.
Perché oggi possiamo comprare praticamente tutto ciò che assomiglia alla sensazione di appartenenza.
Un coworking.
Una membership.
Una palestra.
Un club.
Un'app.
Una community.
Un evento.
E non c'è niente di sbagliato in questo.
Il problema nasce quando la community diventa soltanto un'altra cosa che dobbiamo acquistare per sentirci meno sole.
Forse non abbiamo bisogno di più community. Abbiamo bisogno di più appartenenza.
C'è una differenza.
Una community può essere un gruppo di persone che condividono un interesse.
L'appartenenza è la sensazione di avere un posto dentro quel gruppo.
È sapere che puoi arrivare da sola e trovare qualcuno.
È entrare e riconoscere delle facce.
È poter restare anche quando non hai niente di particolare da raccontare.
È sapere che nessuno si aspetta da te una versione performativa di te stessa.
Non devi essere interessante.
Non devi essere produttiva.
Non devi imparare qualcosa.
Non devi fare networking.
Non devi trasformare la tua presenza in contenuto.
Puoi semplicemente esserci.
Forse è questo che rende così preziosi i veri third places: non ti chiedono di diventare qualcuno prima di lasciarti entrare.
Anche il wellness ha bisogno di un third place
Ed è qui che la questione diventa particolarmente interessante per noi.
Perché quando parliamo di wellness pensiamo spesso a ciò che facciamo individualmente.
Il nostro corpo.
Il nostro sonno.
La nostra alimentazione.
La nostra salute mentale.
La nostra routine.
Ma il benessere non è soltanto una questione individuale.
Abbiamo bisogno anche degli altri.
Abbiamo bisogno di conversazioni casuali, di risate, di persone che vediamo senza doverle sempre invitare formalmente nella nostra vita.
Abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa che non sia soltanto la nostra famiglia, il nostro lavoro o la nostra relazione.
E forse, in un momento storico in cui tutto può essere fatto da casa, abbiamo ancora più bisogno di luoghi che ci facciano uscire di casa senza chiederci di essere produttive una volta fuori.
Non per lavorare.
Non per performare.
Non per migliorare noi stesse.
Solo per esserci.
Costruire un terzo luogo
La cosa bella è che un third place non deve necessariamente essere un luogo straordinario.
Non serve un design perfetto.
Non serve un concept sofisticato.
Non serve nemmeno che sia particolarmente instagrammabile.
Può essere il bar in cui vai ogni sabato mattina.
La libreria in cui passi dopo il lavoro.
Un corso che frequenti ogni settimana.
Un parco.
Una palestra.
Un'associazione.
Un piccolo spazio culturale.
O una community che, a un certo punto, smette di essere soltanto digitale e comincia a creare occasioni per incontrarsi davvero.
La cosa importante è la continuità.
Perché l'appartenenza raramente nasce da un singolo evento.
Nasce dal tornare.
Ancora.
E ancora.
E ancora.
Forse il futuro del wellness è anche sociale
Abbiamo passato anni a pensare al benessere come a qualcosa da costruire dentro la nostra routine personale.
Forse è arrivato il momento di ricordarci che siamo esseri sociali prima ancora che persone con una morning routine.
Il benessere non può essere soltanto una questione di passi, proteine, sonno e allenamento.
C'è anche la domanda più difficile: con chi sto vivendo tutto questo?
Chi posso chiamare senza dover organizzare un appuntamento tre settimane prima?
Dove posso andare quando non voglio stare a casa ma non ho nemmeno bisogno di “fare qualcosa”?
Qual è il posto in cui qualcuno potrebbe riconoscermi?
E, soprattutto, dove posso essere presente senza dover dimostrare niente?
Forse è questo che dovremmo cercare quando parliamo di community.
Non un altro gruppo a cui iscriverti.
Non un altro evento da mettere in agenda.
Non un altro spazio da consumare.
Ma un posto che, lentamente, possa diventare un po' casa senza essere casa.
Her Wellness Club è anche questo
È una delle ragioni per cui immaginiamo Her Wellness Club non soltanto come un luogo in cui parlare di Pilates, salute, nutrizione, mindset e lifestyle.
Ma come uno spazio in cui incontrarsi.
Online, certo.
Ma anche oltre lo schermo.
Perché il wellness, per noi, non è soltanto quello che succede quando sei da sola sul tuo tappetino.
È anche quello che succede quando finisci una lezione e rimani a parlare.
Quando arrivi a un evento senza conoscere nessuno e torni a casa conoscendo qualcuno.
Quando una conversazione casuale diventa un'amicizia.
Quando riconosci una faccia.
Quando senti che quello spazio, in qualche modo, è anche tuo.
Forse non abbiamo bisogno di un'altra cosa da fare. Abbiamo bisogno di luoghi in cui poter essere.
E se stai cercando il tuo, puoi cominciare da qui.
Benvenuta in Her Wellness Club.
A volte il benessere non è andare più lontano dentro di noi. È avere un posto in cui tornare, insieme agli altri.
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Third Places: perché abbiamo bisogno di luoghi in cui tornare
Forse non ci manca un'altra cosa da fare. Ci manca un posto in cui andare.
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Pubblicato il 18 agosto 2026
