The women we become along the way

Forse non dobbiamo scegliere una sola versione di noi stesse.

Giada Cervellera · 23 settembre 2026 · 8 min di lettura

The women we become along the way
Indice dell'articolo

Io lo faccio spesso.

Mi innamoro di un’estetica, di una carriera, di una donna, di un modo di vivere e per qualche settimana penso: ecco, forse è questo.

Voglio sapere tutto.

Cerco libri, salvo immagini, guardo interviste, studio quel mondo. A volte arrivo quasi a convincermi che quella potrebbe essere la mia prossima vita.

Poi inevitabilmente succede qualcosa.

Scopro una persona nuova. Un mestiere. Un luogo. Una storia. Un’altra ossessione.

E la mia attenzione si sposta.

Per molto tempo ho interpretato questa cosa come una specie di incoerenza. Come se non riuscire a scegliere una sola direzione significasse non sapere davvero chi fossi.

Come se, prima o poi, dovessimo tutte arrivare a una versione definitiva di noi stesse.

La nostra estetica. La nostra carriera. La nostra città. Il nostro modo di vivere. La nostra cosa.

Ultimamente, però, sto iniziando a chiedermi se non sia esattamente il contrario.

Forse non tutto quello che ci affascina deve diventare parte permanente della nostra identità.

Forse alcune cose arrivano semplicemente per mostrarci qualcosa che ancora non conoscevamo di noi.

Ultimamente mi incuriosisce la gallerina

In questo periodo mi affascina particolarmente un certo archetipo.

La gallerina.

La donna che lavora nell’arte, frequenta mostre, conosce artisti che io ancora non conosco, sembra avere sempre qualcosa di interessante da raccontare e, soprattutto, ha sviluppato un proprio modo di guardare le cose.

Internet, naturalmente, ha già trasformato tutto questo in un’estetica.

Il blazer nero, gli occhiali sottili, le ballerine, la tote bag di una mostra, i capelli apparentemente poco studiati. Una specie di nonchalance culturale che sembra dire: I know something you don't.

Ma più osservo questo mondo, più mi rendo conto che non è davvero il guardaroba a interessarmi.

È l’occhio.

La capacità di entrare in una stanza piena di opere, persone e idee e riuscire a distinguere ciò che ti parla da ciò che non ti dice nulla.

La curiosità di conoscere.

La capacità di avere un’opinione.

Quel tipo di sicurezza che non nasce dal sapere tutto, ma dall’aver dedicato abbastanza tempo alle cose da iniziare a capire cosa ti interessa davvero.

Forse è questo che rende alcune donne così interessanti.

Non il fatto che abbiano trovato un’estetica perfetta.

Il fatto che siano profondamente interessate alle cose.

Anni fa ho incontrato Peggy senza conoscerla davvero

Anni fa ho visitato la Peggy Guggenheim Collection a Venezia.

Ricordo il palazzo sul Canal Grande, il giardino, le stanze e quella sensazione particolare che si prova entrando in un museo che conserva ancora qualcosa della persona che lo ha abitato.

All’epoca credo di essere uscita pensando principalmente all’arte che avevo visto.

Oggi probabilmente uscirei facendomi una domanda diversa:

chi era la donna che aveva deciso cosa valesse la pena guardare?

Peggy Guggenheim non si limitò a collezionare opere già consacrate.

A New York aprì Art of This Century, uno spazio in cui esponeva la propria collezione ma anche artisti allora ancora poco conosciuti. Nel 1943 organizzò la prima personale di Jackson Pollock e gli offrì un contratto che gli consentì di dedicarsi alla pittura.

Nel 1948 portò la propria collezione alla Biennale di Venezia. Tra quelle opere c’erano anche artisti americani come Pollock, Rothko e Arshile Gorky, che il pubblico europeo aveva avuto pochissime occasioni di vedere.

Ma oggi non è neanche la lista dei nomi a interessarmi di più.

È il gesto dietro.

Peggy guardava.

Sceglieva.

Si fidava del proprio occhio abbastanza da mettere tempo, spazio e risorse dietro ciò che considerava importante.

Non aspettava necessariamente che qualcosa fosse già riconosciuto da tutti per interessarsene.

Aveva sviluppato un punto di vista.

E forse è proprio questo che sto cercando quando salvo l’ennesima immagine della cosiddetta gallerina aesthetic.

Non voglio necessariamente il suo lavoro.

Voglio quella curiosità.

Poi ho scoperto Phyllis Kao

Ed è qui che questa fascinazione diventa ancora più interessante, perché la donna che vive tra arte, gusto, cultura e business non appartiene soltanto a un immaginario del passato.

Phyllis Kao è Vice President della Luxury Division di Sotheby’s a New York ed è una delle auctioneer della casa d’aste.

È entrata in Sotheby’s nel 2016 e nel suo lavoro attraversa mondi molto diversi: arte moderna e contemporanea, gioielli, orologi, vino, design e persino storia naturale.

È nata nella San Francisco Bay Area, ha vissuto e studiato tra New York, Parigi e Taipei e si è laureata in History alla Columbia University.

Ma, ancora una volta, non credo sia il curriculum la parte più interessante.

È guardarla lavorare.

Fare l’auctioneer significa essere al centro della stanza e contemporaneamente leggerla.

Seguire il ritmo delle offerte, riconoscere un’esitazione, tenere l’attenzione, conoscere ciò che si sta vendendo e capire quando aspettare un secondo in più e quando chiudere.

Kao ha guidato aste dedicate a categorie molto diverse e vendite che hanno incluso opere di artiste come Cecily Brown, Jenny Saville e Julie Mehretu. È stata anche auctioneer per la vendita di Apex, il fossile di stegosauro che nel 2024 è diventato il più prezioso mai venduto all’asta.

Quello che vedo in lei è qualcosa che mi affascina sempre di più:

competenza che diventa presenza.

Non è interessante perché sembra interpretare perfettamente l’archetipo della donna del mondo dell’arte.

È interessante perché conosce profondamente il mondo in cui si muove.

E forse è proprio questa la differenza tra indossare un’identità e costruirsene una.

Forse non voglio diventare una gallerina

Ed è qui che normalmente commetterei il mio solito errore.

Scoprire questo mondo, innamorarmene completamente e iniziare a pensare che forse dovrei diventare anch’io quella persona.

Poi, tra un mese, potrei essere affascinata dalle fioriste.

Dalle ceramiste.

Da una restauratrice.

Da una chef.

Da una fotografa.

Da una donna che lavora con i profumi (ok, forse da questa sono già obsessed).

E per una volta vorrei smettere di interpretare ogni nuovo interesse come una perdita di direzione.

Forse è semplicemente un altro modo di conoscere me stessa.

Dalla gallerina posso prendere il desiderio di frequentare più mostre.

Da Peggy posso prendere la capacità di scegliere.

Da Phyllis il fascino della competenza.

Da una fiorista potrei imparare la stagionalità, i nomi, il modo in cui cambia un fiore quando viene accostato a un altro.

Da Elsa Schiaparelli potrei prendere il coraggio di essere un po’ più strana.

Non devo diventare nessuna di loro.

Posso farmi accompagnare per un tratto.

Non dobbiamo diventare tutte le donne che ci ispirano. Possiamo lasciare che ognuna di loro ci insegni qualcosa.

Curate yourself

È probabilmente per questo che la parola curatela continua a tornarmi in mente.

Una collezione non nasce scegliendo tutto.

Nasce facendo esattamente il contrario.

Osservare. Selezionare. Accostare. Togliere. Cambiare idea. Lasciare spazio a qualcosa che ancora non conosci.

E forse anche la nostra identità funziona così.

Passiamo tanto tempo a cercare di definirci quando potremmo semplicemente curarci.

Un libro preso da una donna che ammiriamo.

Una città che ci ha cambiato il modo di vestire.

Un interesse durato tre settimane.

Un lavoro che per qualche mese abbiamo creduto di voler fare.

Una mostra vista durante un viaggio.

Un profumo.

Una conversazione.

Una ricetta imparata da nostra nonna.

Un film che ha aperto una porta verso un mondo completamente nuovo.

Pezzi che apparentemente non hanno niente a che fare gli uni con gli altri e che, messi insieme, iniziano lentamente a raccontarci.

A volte può semplicemente allargarti.

Forse il gusto nasce proprio così

Abbiamo accesso a più riferimenti di quanti probabilmente riusciremo mai ad approfondire.

Pinterest board. Saved folder. Newsletter. TikTok. Instagram. Libri da comprare. Mostre da vedere. Film da recuperare.

Possiamo osservare migliaia di vite diverse prima ancora di alzarci dal letto.

Ma essere esposte a moltissime cose non significa automaticamente avere gusto.

Forse il gusto inizia quando smettiamo di chiederci soltanto “mi piace?” e iniziamo a chiederci:

perché mi piace?

Perché questo quadro mi ferma?

Perché questa donna mi incuriosisce?

Perché continuo a tornare verso questo tipo di abito?

Perché vorrei sapere tutto di questo mestiere?

Perché questo luogo mi fa sentire qualcosa?

E soprattutto:

cosa racconta di me questa curiosità?

Forse le nostre ossessioni temporanee non sono deviazioni.

Sono indizi.

Non tutto deve durare

Credo che questa sia la parte che sto ancora imparando.

Non tutto quello che amiamo deve durare per aver avuto valore.

Possiamo studiare qualcosa per mesi e non trasformarlo mai in una professione.

Possiamo cambiare stile.

Possiamo pensare di voler vivere in una città e poi cambiare idea.

Possiamo essere completamente affascinate da un mondo e, un anno dopo, guardarlo con molta meno intensità.

Non significa che quel periodo non sia servito.

Non significa neanche che abbiamo fallito nel diventare quella persona.

Forse quella versione di noi aveva già fatto esattamente quello che doveva fare.

Ci aveva mostrato qualcosa.

E poi ci ha lasciate andare avanti.

The women we become along the way

Forse è anche da qui che vorrei far nascere una nuova parte di HER.

Raccontare donne interessanti.

Peggy Guggenheim. Elsa Schiaparelli. Phyllis Kao.

E poi artiste, scienziate, designer, imprenditrici, scrittrici e donne che magari non conosciamo ancora.

Non per trasformarle in un’altra serie di modelli irraggiungibili da imitare.

Abbiamo già abbastanza versioni ideali di noi stesse da inseguire.

Mi interessa molto di più incontrare una donna e chiedermi:

che cosa posso prendere da lei?

Da Peggy, magari, lo sguardo.

Da Phyllis, la competenza.

Da Elsa, la libertà di creare qualcosa che non abbia paura di essere strano.

Da qualcun’altra prenderemo una cosa completamente diversa.

E poi continueremo.

Perché forse crescere non significa arrivare finalmente a una risposta definitiva alla domanda chi sono?

Forse significa sentirsi abbastanza libere da continuare a scoprirlo.

Entrare in una galleria.

Imparare il nome di un fiore.

Scoprire una donna vissuta cento anni fa.

Provare un corso.

Cambiare idea.

Ossessionarsi con qualcosa per un po’.

Lasciarlo andare.

E conservare soltanto quello che ci ha lasciato.

Not everything that inspires you is asking you to become it. Sometimes it is simply asking you to look closer.

Forse siamo anche questo.

Una collezione di tutte le donne, le idee e i mondi che abbiamo incontrato lungo la strada.

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Forse non dobbiamo scegliere una sola versione di noi stesse.

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Pubblicato il 23 settembre 2026

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